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Quando la lingua si ferma: il genitore che perde un figlio, secondo Giuseppe Antonelli

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Il linguista, in un articolo su Sette, spiega perché nel nostro linguaggio non c’è un termine specifico per descrivere questa condizione

Si sono dette molte cose sulla strage di Capodanno a Crans-Montana, in Svizzera: le ricostruzioni, le testimonianze dei presenti, le dichiarazioni dei proprietari del locale dove sono morte 40 persone. C’è però un punto in cui la nostra lingua si ferma e non riesce a fornici le parole giuste. Ce lo spiega Giuseppe Antonelli, linguista e finalista del Premio Costa Smeralda 2025 che, nel citare Niccolò Fabi e Sandro Veronesi in un articolo pubblicato su la Lettura del Corriere della Sera, spiega che in italiano non esiste un termine specifico per indicare la condizione di un genitore che perde un figlio.

«Per un padre, per una madre anche solo parlare di questo argomento (…) equivale a fissare l’abisso, a evocare una voragine di dolore»,  afferma Antonelli che cita il Pianto antico di Carducci, «che in Ungaretti diventava un’esplosione – “E t’amo, t’amo, ed è continuo schianto!” – o un assurdo rimorso: «Sconto, sopravvivendoti, l’orrore degli anni che ti usurpo», e Dante nel primo canto del Paradiso: «il superamento della condizione umana (trasumanar) è qualcosa che non si può esprimere a parole (per verba)». 

Nell’articolo, pubblicato su Sette, vengono menzionati tentativi. André  Chouraqui (scrittore franco-israeliano nato in Algeria) ha cercato di tradurre il verbo ebraico shakal (“perdere un figlio”) con “désenfanter”, ricalcato sullo spagnolo “deshijado”. Antonelli fa inoltre riferimento a “sfigliata” e “desfigliata” anche se «sono molto rari nella storia della nostra lingua» dato che sono legati a  «testi che si definiscono “giudeo-italiani”. Un altro termine usato è “orbare” o “orbato” in contesti letterari. «Ma sono significati secondari di parole usate molto più spesso con valore diverso», prosegue Antonelli. 

Il linguista indica che questa scelta di privarsi di questo termine possa essere dovuta a diversi fattori: usanze, le leggi, l’ambiente dove si è vissiuti dato che all’epoca c’erano più figli ma allo stesso tempo un’alta mortalità infantile. L’assenza di un termine specifico può essere legato ad aspetti economici, dato che la perdita di un figlio non ha mai avuto «riflessi diretti di tipo giuridico. Non implica questioni di eredità o di testamento: non necessita di una definizione univoca a fini legali».

Di fatto, come afferma Giuseppe Antonelli, l’italiano «ha scelto il silenzio». Ragione per cui per poter esprimere ciò che proviamo dobbiamo per forza usare quelle già esistenti «accettando la reciprocità del lutto». Come ha dichiarato il genitore dello scrittore Alessandro Leogrande: «Oggi questo padre si sente orfano».

Riccardo Lo Re

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