Il futuro delle librerie italiane – da che parte iniziare?

Dal 2012 al 2017 più di 2000 librerie sono state chiuse. Ma c’è una soluzione, una legge che al momento è ferma al Senato.

A Roma la Feltrinelli International, il Colisuem, la Pecora elettrica. A Torino la Paravia. Sono solo alcune delle librerie che stanno chiudendo negli ultimi giorni in Italia. Inutile dire che il motivo non è dovuto alla pigrizia dei commercianti, o alla loro mancanza di passione per i libri. È un lungo processo che parte dal 2012. Da allora, 2.332 punti vendita ci hanno definitamente salutato lasciando un vuoto (al momento) incolmabile nei quartieri di tutto lo stivale. È un dato che dovrebbe preoccupare non poco le istituzioni e le grandi case editrici. In primis, questo si traduce in una perdita significativa di occupati, che, alla luce della crisi economica attuale, si va ad aggiungere ad altri casi che ruotano attorno al mondo del lavoro, a cominciare dal settore industriale.

Quello culturale non può essere tuttavia sottovalutato, e non solo per un discorso economico, visti gli indotti che generano le diverse pubblicazioni letterarie. Il dibattito si deve accendere soprattutto sul lato culturale di questi dati, che non sono per nulla confortanti e che certificano uno stato di salute problematico da parte dell’editoria. Accantonando per un momento i giornali (anch’essi alle prese con le crisi di vendita), sul caso delle librerie il giornalista Sergio Rizzo su Repubblica offre delle giuste considerazioni sull’argomento. Si parte da un dato, grave, secondo cui il 60 per cento degli italiani che annualmente non legge. Ma non è l’unico che preoccupa Rizzo. Nell’articolo sostiene infatti che 13 milioni di persone ha difficoltà ad accedere a una libreria senza doversi spostare verso chissà quale zona della città. “Il 22 per cento degli italiani” secondo quanto riportato dal giornalista.

Le librerie devono dunque fare i conti con la costante ascesa del commercio online, che non è solamente rappresentato dai colossi che, favoriti da una tassazione agevolata, riescono a influire sulla distribuzione dei libri, ma anche dalle stesse catene commerciali che impongono degli sconti del 15% anche sui testi appena pubblicati. Un altro duro colpo delle librerie indipendenti che devono trovare un modo per sopravvivere in mezzo a questi due poli. Attenzione però. Questa continua lotta al ribasso, e la conseguente chiusura dei negozi nei piccoli centri, ricorda Rizzo, possono avere degli effetti negativi anche sulle vendite delle grandi aziende editoriali. Per questo, c’è bisogno di un intervento da parte dello Stato. In verità, una legge c’è, ma, come afferma il Presidente dell’Associazione Librai Italiani Paolo Ambrosini, è al momento bloccata al Senato. La ragione, scrive in una nota Ambrosini, è che «il ministero dell’Economia e delle Finanze non ha ancora dato il parere favorevole al dl», chiedendo un chiarimento al Governo in merito al disegno di legge. «Le dichiarazioni rilasciate sin qui non hanno prodotto alcun effetto. E intanto le librerie chiudono si perdono posti di lavoro e si bruciano progetti d’impresa».

La legge cerca infatti di agire su diversi punti, dalla modifica della disciplina del prezzo dei libri, abbassandola dal 15% al 5%, e attuando una serie di proposte che vadano a promuovere la lettura, dalla frequentazione delle biblioteche all’assegnazione del titolo di Capitale italiana del libro a una città italiana, alla quale verrà assegnata una quota di 500.000 da spendere in un anno. Tra gli altri progetti, da segnalare la creazione di un Albo delle librerie di qualità, e il Polo responsabile del servizio bibliotecario scolastico, che andrà a collegare i diversi istituti scolastici sparsi per il territorio. Infine è prevista la Carta della cultura del valore di 100 euro da assegnare alle famiglie più in difficoltà.

Riccardo Lo Re

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