La scrittrice e giudice del Premio Costa Smeralda ha affrontato la questione in un lungo editoriale pubblicato su La Stampa
Il movimento woke sta attraversando una profonda crisi sia negli Stati Uniti – dove si registra una presa di distanza da parte di Alexandria Ocasio-Cortez – sia in Italia, dove ha suscitato reazioni tiepide o indifferenti da parte di esponenti politici come Giuseppe Conte e Matteo Renzi.
Anche il mondo della cultura si sta interrogando sui cambiamenti avvenuti con l’ideologia woke. Elena Loewenthal, scrittrice e giudice del Premio Costa Smeralda, in un lungo editoriale pubblicato su La Stampa ha cercato di partire dalle origini in modo da spiegare quanto sia mutato il significato di questo termine, nato negli anni Trenta negli Stati Uniti come variante fonetica di “awake”. Lo scopo all’inizio era di denunciare le discriminazioni contro la popolazione afroamericana. Un obiettivo condiviso anche dieci anni fa dal al movimento Black Lives Matter. Da quel momento, il concetto si è esteso ai diritti di tutti, comprese le persone «non normate». «Una difesa talmente strenua da diventare retroattiva e trasformarsi in una sorta di censura su tutto ciò che potrebbe urtare, ferire, far alzare le sopracciglia», ha dichiarato Elena Loewenthal. Tra gli esempi citati: l’abbattimento della statua di Cristoforo Colombo, la stigmatizzazione del film Via col vento, e la rinuncia della scrittrice e poeta olandese Marieke Lucas Rijneveld di tradurre in neerlandese le poesie di Amanda Gorman «perché una persona bianca non poteva avere una comprensione sufficiente del testo scritto da una di cone sufficiente del testo scritto da una di colore».
Secondo Elena Loewenthal, la crisi del movimento woke è riconducibile a due fattori. La prima è stata di usare la libertà per cancellare, rimuovere e manipolare la storia (attraverso sanzioni retroattive) «per non urtare la sensibilità di chi la storia la ha subita. Ma la libertà non va data per scontata, e non è una conquista assodata. Va trattata con rispetto».
La seconda è stata l’ossessione per la classificazione: «nel tentativo di «proteggere» le categorie sociali più fragili o marginali, il movimento ha prodotto negli anni una tassonomia umana in continua evoluzione in nome dell’inclusione. Tutto ciò ha avuto degli effetti che sono opposti a quello sperato, «perché nell’opinione comune si è radicata più di prima l’idea che ci siano le persone «normali» e quelle che non lo sono». Ma come sostiene Loewenthal, l’identità umana è in realtà complessa, fluida e irriducibile, se non addirittura «contraddittoria».
Riccardo Lo Re
