L’editoriale della scrittrice e giudice del Premio Costa Smeralda alla luce delle prove scritte affrontate dagli studenti in Italia
Quando iniziano spesso gli esami di maturità capita spesso di girare le lancette indietro per rivivere quei momenti: l’ansia del primo scritto di italiano, la seconda prova di matematica, la tensione prima di entrare in classe per sostenere l’orale, tra tesine e domande insidiose dei professori per capire il livello di preparazione. Questo passaggio lo ha fatto anche Elena Loewenthal che, in un momento Amarcord, ha ripercorso gli attimi di quello per tutti gli studenti è stato il primo test della loro vita, in attesa di quelli che verranno all’università e nel mondo del lavoro. «Quelle mattine lì», scrive l’autrice su La Stampa, «i, dovrebbero incidersi nella memoria di chi c’è passato e restarci per sempre, apposta per saltare fuori alla prima occasione: dopo un mese in spiaggia durante la vacanza più vacanza che c’è o dopo cinquant’anni alla cena di classe».
Per l’autrice, questa esperienza rischia di essere alterata da quello che lei stessa definisce «un nemico insidioso. Le chat dei genitori». Gruppi che «sono a poco a poco diventati organismi pervasivi e tentacolari». Come afferma la giudice del Premio Costa Smeralda in questi giorni hanno accompagnato a distanza i propri figli durante le prove scritte, scambiandosi commenti, ipotesi, preoccupazioni e speranze. «Questo eccesso di protezione genitoriale non fa bene proprio a nessuno», scrive Loewenthal. «È giusto e più che comprensibile che papà e mamme siano in ansia durante quelle prove, ma perché tanto accanimento comunicativo? Fa male a se stessi e agli altri. Ma soprattutto non aiuta i figli».
Queste intrusioni, conclude, finiscono per privarli di una parte dell’esperienza che ci accompagna nell’arco della nostra vita: «il primo vero confronto con se stessi, con una tensione e una soddisfazione e/o una delusione di sé e del mondo che non ha pari».
Riccardo Lo Re
