La mostra, in programma alla M77 Gallery di Milano, rappresenta uno straordinario percorso di rara bellezza per chi ama l’arte in tutte le sue forme
Due nomi noti in Sardegna. Duecento opere. Un titolo che racchiude il senso di una mostra tutt’altro che statica. Se si mettono insieme i talenti di Antonio Marras e Maria Lai, non poteva essere altrimenti. Un progetto inedito, curato da Francesca Alfano Miglietti, che fino al 16 maggio 2026 metterà al centro confronto le somiglianze e le differenze tra i due artisti in una danza a “Paso Doble”.
È questo il nome della mostra. Un’esposizione che ha scelto di rappresentare al meglio la visione di questi due straordinari artisti. Come affermano gli organizzatori che si sono ispirati al tradizionale passo a due di origine spagnola, «ogni opera traccia il ritmo di un movimento che è insieme equilibrio e contrappunto, in un gioco di isolamento e rimandi che si snodano negli spazi della galleria».
Se Maria Lai si serve del disegno, della scultura, e dell’intreccio di fili e tessuti per alimentare il suo pensiero, Antonio Marras esplora una pluralità di linguaggi con uno sguardo più visionario e teatrale. In entrambi, però, il gesto creativo implica una separazione dal mondo così com’è. Un atto necessario per spingere la comunicazione visiva oltre i suoi confini abituali.
L’opera si configura allora come l’espressione «di una solitudine ribelle, di una sospensione dell’ordine noto della realtà, per una diversa visione, un “altrove” fatto di frammenti e incontri».
La mostra presenta disegni, libri, dipinti, collage, installazioni e sculture di Maria Lai, realizzati tra il 1954 e il 2011, accanto alle opere dello stilista e artista Antonio Marras, dal 2000 al 2025. Il percorso espositivo include inoltre lavori concepiti a quattro mani, tra cui un grande lenzuolo ricamato e alcune opere inedite. Il risultato è una sorta di partitura fatta di gesti e fili che mettono in dialogo «la cifra intima di Maria Lai e l’immaginario stratificato di Antonio Marras». Due figure che, concludono gli organizzatori, «si incontrano e separano, lasciando ai propri lavori il racconto di un’identità che non si annulla in questa danza».
Riccardo Lo Re
