L’editoriale di Elena Loewenthal cerca di fare il punto su un fenomeno sempre più trasversale come l’uso degli smartphone senza freni
Sempre più persone della terza età (dai 60 anni in su) trascorrono ore incollate al cellulare, a volte anche più dei giovani. Elena Loewenthal, nel suo editoriale pubblicato su La Stampa, analizza questo fenomeno sempre più diffuso e trasversale, riflettendo sul ruolo che il cellulare ha assunto nella quotidianità delle persone, accompagnandole in ogni momento della giornata.
Spesso ci si sofferma sulla «faccenda dei giovani», considerata «una piaga sociale e culturale: ci si lamenta, si prendono provvedimenti. Gli anziani al cellulare, invece, pare vadano bene a tutti». La sovraesposizione dei contenuti digitali, se sono nocivi, deve valere per tutti. Invece, «il più delle volte sono loro, nonne e bisnonni e vecchie zie, a lamentarsi dei nipoti che stanno sempre davanti a quello schermo invece di vivere la vita, come ai loro tempi».
Ma quali sono le ragioni che spingono le persone anziane a fare un uso così frequente e intenso dello smartphone? Per gli anziani, questo strumento rappresenta un modo per sconfiggere la solitudine, la noia e il senso di abbandono. Gli anziani, come sostiene l’autrice e giudice del Premio Costa Smeralda, sono affascinati dalla “magia” di avere «il mondo in mano, dentro uno schermo».
Nonostante ciò, l’accusa resta sempre la stessa: che i ragazzi di oggi «vivono fuori dal mondo, che per loro è vero solo quello che sta dentro lo schermo, che tutta la loro sfera sociale-amicizie, relazioni, interazioni – è relegata in quello strumento straordinario ma anche un po’ diabolico», afferma Loewenthal.
In realtà, nella vita di tutti i giorni, sono proprio le persone della terza età a trascorrere moltissimo tempo utilizzando il cellulare. «Sarà una forma di rivendicazione, come a dire “guardate che sappiamo ancora stare al mondo!”, sarà un passatempo per loro che ti tempo ne hanno, a volte persino troppo. Un modo per conoscere, scoprire, vedere e rivedere. È, forse soprattutto, l’inestinguibile stupore di fronte a uno strumento che, fino a qualche manciata d’anni fa, chi l’avrebbe mai immaginato», conclude la scrittrice.
Riccardo Lo Re
