Tsundoku – la dipendenza dai libri

Il termine di origine giapponese indica la nostra propensione ad accumulare libri senza avere il tempo utile per leggerli

Anche i libri creano dipendenza. Non è così? La prova sta nelle vostre stanze di casa. Se nel tragitto che vi porta dal soggiorno alle camere da letto trovate dei testi allo stato brado sparsi per la casa, vuol dire che questo impulso lo avete avuto anche voi. Tranquilli. Le storie non crescono sull’erba. E non sono dotate di particolari abilità motorie. Di questo ne siamo certi. Chi è amante della lettura può cadere nella tentazione di comprare la novità della settimana, o semplicemente una chicca della letteratura classica che il vostro migliore amico vi ha caldamente consigliato. E se in Giappone hanno persino coniato un nome per descrivere questo impulso, il Tsundoku, deve essere davvero un problema che accomuna le culture di tutto il mondo. La passione per i libri del resto non ha confini, se non quello linguistico che fortunatamente si può ovviare con le traduzioni. In una società ormai globalizzata, non ci sono più racconti isolati, perché prima o poi riescono a farsi sentire, cogliendo la nostra particolare attenzione.

Le occasioni non mancano. I festival ed eventi letterari come il Premio Costa Smeralda diventano infatti uno spazio dove il pubblico può conoscere da vicino un autore, ascoltandone i pensieri e gli aneddoti che si celano dietro alla realizzazione di un libro. Il fatto di affacciarsi direttamente con un prodotto editoriale non fa che alimentare la nostra curiosità, stuzzicata fino a tal punto da portarci ad acquistare il libro. Lo stesso discorso vale quando si entra in libreria, quando si viene praticamente avvolti a destra e a sinistra da scaffali pieni di romanzi che ci chiamano. Sta a noi selezionarli a seconda del nostro gusto personale, ma non sempre questa forza si riesce a controllare al meglio. Ed è su questo che si focalizza il termine tsundoku (積ん読), che nasce a cavallo tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, in epoca Meiji (1868 – 1912). Come avviene nella cultura nipponica, si tratta di una parola composta da due diversi vocaboli. Il primo, Tsunde oku (積んでおく) significa “lasciar accumulare qualcosa”; il secondo, doku (), una parola che deriva dal termine dokusho, che significa “leggere”. Essendo una parola difficile da pronunciare, il termine si è così evoluto, passando dall’originaria tsunde doku all’odierna tsundoku. Si tratta di un termine che indica una modalità frenetica dei lettori di accatastare libri senza nemmeno sfogliarli. C’è chi riesce a divorare un romanzo in una settimana o in pochi giorni, ma nella peggiore delle ipotesi questi racconti hanno una fine poco gloriosa. Prima la polvere, poi il tempo, il testo entra gradualmente nel dimenticatoio, fino a quando, in maniera del tutto casuale, non ci ricorda della sua presenza in casa. È un comportamento piuttosto comune, e al momento l’unico rimedio a questo impulso è di riprenderli in mano e cominciare finalmente a leggerli. Nessuna scusa. Ora di tempo ce n’è davvero in abbondanza.

Riccardo Lo Re

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